Settimana europea per la riduzione dei rifiuti

Novembre 25th, 2011 by marano

1manuale_riduzione-bassa.jpg

 2manuale_riduzione-bassa.jpg

3manuale_riduzione-bassa.jpg

scarica  il manuale in formato pdf: manuale_riduzione-bassa.pdf

Senza solidarietà non c’è comunità

Novembre 20th, 2011 by marano

Venerdì 18 novembre, alla Camera il Pd ha votato la fiducia al governo Monti. Senza giri di parole, senza asticelle e paletti temporali, dopo aver lavorato perché questo governo ci fosse.

Al nuovo esecutivo, Pier Luigi Bersani ha chiesto di dire basta con l’egoismo sociale, perché senza solidarietà non c’è il senso della comunità e senza il senso di comunità non possiamo salvarci. Serve uno sforzo collettivo: chi ha di più deve dare di più. Chi è stato disturbato meno deve essere disturbato di più.

Leggi il testo

Non possiamo parlare solo alle tasche degli italiani, ma al loro cuore e al nostro stesso cuore che si è addormentato dopo la cura del governo Berlusconi.

In nome del popolo italiano

Novembre 6th, 2011 by marano

Per la ricostruzione democratica, sociale, economica del paese - Intervento di Pier Luigi Bersani da Piazza S. Giovanni, sabato 5 novembre 2011

 bersani_ricostruzione.jpg

leggi tutto l’intervento

 

Ricostruzione in nome del Popolo Italiano !!!

Ottobre 15th, 2011 by marano

ricostruzione.jpg

Padova 15 ottobre 2011

APRIRE LA STAGIONE DEL CAMBIAMENTO E DELLA RICOSTRUZIONE

Ieri il Governo Berlusconi ha superato la prova del voto di fiducia. La paura del  giudizio degli elettori ha coalizzato una maggioranza di parlamentari nominati che è divisa su tutto e priva di una strategia per portare il paese fuori dalla crisi. Ogni giorno guadagnato da questo Governo è un giorno perso dagli italiani. Dopo 17 anni in cui il centrodestra ha ripetuto promesse politiche che non ha saputo mantenere, è tempo di voltare pagina.

Il cambiamento però non è un frutto da raccogliere restando in attesa. È un seme da piantare e far crescere, è un edificio da costruire piano dopo piano, è un’occasione da afferrare. È e deve essere, soprattutto, un’opera collettiva.

Per aprire la stagione del cambiamento e della ricostruzione, il Partito Democratico sarà in piazza a Roma, il prossimo 5 novembre. Non saremo in piazza solo per dire no ad un Governo che non ha già più la fiducia del paese. Saremo in piazza per dire agli italiani qual è il paese che vogliamo. Ieri il Partito Democratico ha compiuto quattro anni. Siamo la prima forza dell’opposizione, ma anche la prima forza politica del paese. Indicare agli italiani una via d’uscita dalla crisi attuale, offrire una prospettiva di riforme, riaccendere la speranza: questi compiti spettano a noi.

Il 5 novembre vogliamo e dobbiamo essere in tanti. In ogni provincia della nostra regione, il Partito Democratico organizzerà le partenze per Roma. Voglio invitare personalmente ciascuno di voi, per fare di quella giornata il punto di partenza del nuovo cammino in cui dovremo impegnarci nei prossimi mesi. Vincere le elezioni e ricostruire il paese. In nome del popolo italiano.

Rosanna FILIPPIN

Ragazzi, studiate! Meglio precari oggi che servi per sempre

Ottobre 12th, 2011 by marano

La settimana prossima riprenderò a insegnare. A Urbino. Dopo molti mesi di assenza forzata. Insegnare, d’altronde, è un privilegio. Come leggere e studiare. Molte persone lo fanno “gratuitamente”. Per curiosità, interesse. E per piacere. Io vengo stipendiato, per farlo. E ho la fortuna di incontrare i giovani - ogni anno diversi. (Spesso, mi viene in mente il protagonista de “Il Sipario ducale”, scritto da Paolo Volponi. Ambientato a Urbino. Un anziano intellettuale anarchico, che, a volte, attendeva l’uscita degli studenti del liceo e si perdeva in mezzo a loro. Per sentirsi giovane. E libero).Dedicherò il mio corso, come avviene da alcuni anni, al tema dell’opinione pubblica. In particolar modo, al rapporto tra opinione pubblica e democrazia rappresentativa. Mi interrogherò, dunque, sulla coerenza e sulla concorrenza fra i sondaggi e le elezioni. Tra il marketing politico e la partecipazione. Argomenti, mi rendo conto, che non offriranno agli studenti competenze utili, spendibili, sul mercato del lavoro. Non serviranno loro a cercare e a trovare un impiego, domani. Neppure a farsi largo nel mercato politico. Gran parte del ceto politico non è certo stato reclutato in base alla competenza. Né alla conoscenza dei meccanismi e delle regole della democrazia. Eppure, mi sento di dire che studiare queste cose, al pari delle altre che si insegnano all’università e a scuola, è importante. Lo dico echeggiando l’esortazione - l’invettiva - amara che ho lanciato oltre un mese fa.

Cari ragazzi e ragazze, cari giovani: studiate. Soprattutto - anche se non solo - nella scuola pubblica. Ma anche quando non siete a scuola. Quando siete a casa vostra o in autobus. Seduti in piazza o ai giardini. Studiate. Leggete. Per curiosità, interesse. E per piacere. Per piacere. Anche se non vi aiuterà a trovare un lavoro. Tanto meno a ottenere un reddito alto. Anche se le conoscenze che apprenderete a scuola vi sembreranno, talora, in-attuali e im-praticabili. In-utili. Nel lavoro e anche fuori, spesso, contano di più altre “conoscenze” e parentele. E i media propagandano altri modelli. Veline, tronisti, “amici” e “figli-di”… Studiate. Gli esempi diversi e contrari sono molti. Non c’è bisogno di rammentare le parole di Steve Jobs, che esortava a inseguire i desideri. A essere folli. Guardatevi intorno. Tanti ce l’hanno fatta. Tanti giovani - intermittenti e flessibili - sono convinti di farcela. E ce la faranno. Nonostante i giovani - e le innovazioni - in Italia facciano paura.

Studiate. Soprattutto nella scuola pubblica. Anche se i vostri insegnanti, maestri, professori non godono di grande prestigio sociale. E guadagnano meno, spesso molto meno, di un artigiano, commerciante, libero professionista… Anche se alcuni di loro non fanno molto per farsi amare e per farvi amare la loro disciplina. E, in generale, l’insegnamento. Anche se la scuola pubblica non ha più risorse per offrire strumenti didattici adeguati e aggiornati. Anzi, semplicemente: non ha più un euro. Ragazzi: studiate. Nella scuola pubblica - che è di tutti, aperta a tutti. Studiate. Anche se nella vita è meglio furbi che colti. Anzi: proprio per questo. Per non arrendersi a chi vi vorrebbe più furbi che colti. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Non rassegnatevi. A chi vi vorrebbe opportunisti e docili. E senza sogni. Studiate. Meglio precari oggi che servi per sempre.

Ilvo Diamanti (da Repubblica del 12/10/11)

NO AI PREVILEGI DELLA POLITICA

Ottobre 11th, 2011 by marano

Viaggio tra i costi e i possibili risparmi nel governo della politica

Sen. Paolo Giaretta

Relazione al Circolo PD di Valdagno 1 ottobre 2011

Il libro di Stella e Rizzo che porta il fortunato titolo “La casta” è del maggio 2007. In un mese fa tre edizioni e rapidamente raggiunge la tiratura record di oltre un milione di copie. Ho sempre sostenuto fin dall’inizio, nelle sedi di partito e del gruppo parlamentare che sarebbe stato un errore grave non comprendere che un libro che entra in un milione di case avrebbe sedimentato un giudizio e non si sarebbe dovuto contare sulla tradizionale memoria corta degli italiani. Si sarebbe dovuto affrontare la questione con coraggio cambiando ciò che si doveva cambiare, difendendo ciò che atteneva alla libertà ed indipendenza della funzione politica.
Non si può dire che lo si sia fatto, particolarmente fino a quest’anno e questo silenzio della politica ha dato origine ad un dibattito confuso, in cui accanto a notizie vere si sono diffuse notizie completamente false, o imprecise, o riferentesi a previlegi aboliti.
E’ perfettamente comprensibile che un elettore si indigni se apprende dalla rete che i parlamentari si sarebbero aumentati in silenzio lo stipendio qualche settimana fa e se vengono descritti una serie di previlegi principeschi. Notizia palesemente falsa e non ci vorrebbe un grande spirito critico per comprendere che se fosse vera la notizia sarebbe stata di prima pagina. Ma intanto circola. E’ naturale e giustificata l’indignazione se una persona credibile come la Littizzetto riferisce in prima serata a “Che tempo che fa” che i parlamentari godono di una assicurazione sanitaria integrativa che costa oltre 10 milioni di euro ai contribuenti. Peccato che la notizia fosse falsa: i parlamentari hanno una assicurazione privata obbligatoria, che vive esclusivamente dei contributi degli interessati senza un solo euro di contributo a carico dello stato. Bastava poco per verificarlo prima di diffondere notizie inesatte…
E tuttavia proprio l’esistenza di un dibattito confuso che è espressione di una larga disistima nei confronti della classe politica richiede una coraggiosa iniziativa. Per cambiare. Per rendere anche la questione dei costi della politica più comprensibile. Mi sembrano che le parole più appropriate dette ultimamente siano quelle del card. Bagnasco all’ormai celeberrimo Consiglio permanente della CEI: la politica ha “un dovere specifico di trasparenza ed economicità, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri“. Su questa linea bisogna muoversi.
Sotto la voce generica “costi della politica” possiamo distinguere tra aspetti che sono tra di loro diversi e richiedono risposte diverse.
Ci sono innanzitutto quelli che possiamo chiamare costi della democrazia. I costi per il mantenimento di strumenti di partecipazione, di orientamento, di conoscenza da parte dei cittadini. Riguardano l’organizzazione dei partiti, gli strumenti di informazione legati alla propaganda politica, le campagne elettorali per le elezioni amministrative e politiche, per i referendum, ecc.
Ci sono poi i costi dell’amministrazione pubblica ed in particolare della rappresentanza territoriale: come vengono prestati i servizi ai cittadini, attraverso quale forme di controllo pubblico e ancora di possibile partecipazione degli elettori.
Infine i costi diretti del personale politico, in particolare di quelli a tempo pieno: quanto è giusto pagare un parlamentare o un consigliere regionale.
E’ giusto perciò esaminare questi tre diversi aspetti, con delle avvertenze preliminari.

Prima cosa: serve la credibilità Read the rest of this entry »

Il Veneto senza la Padania

Ottobre 8th, 2011 by marano

Cosa succede alla Lega Nord? Per un movimento che ha fatto del “celodurismo” la propria bandiera, in cui l’etichetta di “barbari” veniva digerita e persino rivendicata con orgoglio per marcare le distanze dalle fumisterie della politica di palazzo, e che ha sempre difeso gelosamente e ferocemente il principio per cui “i panni sporchi si lavano in famiglia” anche perché tanto “alla fine decide il Capo”, gli ultimi mesi devono essere stati traumatici.
Nella mia regione, il Veneto, le cronache riportano quotidianamente notizie fino a qualche tempo fa impensabili. Epurazioni, censure, scontri plateali e alla luce del sole, contestazioni pubbliche ai leader, litigi persino sui fondamentali dell’ortodossia leghista: Tricolore e Unità d’Italia, stranieri, fino alla messa in discussione del concetto di “Padania”, ultimo tabù della mitologia del Carroccio.
Si dice: è una lotta senza esclusione di colpi tra la componente direttamente legata al “cerchio magico” bossiano e quella vicina al ministro degli interni Maroni. La competizione nazionale Calderoli-Maroni si riflette, in questa chiave, in Veneto nella contesa – aspra e difficile, circolo per circolo – per la segreteria regionale tra Gian Paolo Gobbo, segretario attuale e sindaco di Treviso, e Flavio Tosi, sindaco di Verona e figura di riferimento veneta di Maroni.
Da sindaco trovo più interessante sottolineare altri aspetti. La Lega “di lotta e di governo” pare aver esaurito la capacità di capitalizzare sull’aspetto più rampante e identitario della propria proposta politica. Federalismo, più risorse agli enti locali, difesa delle autonomie, sicurezza, freno alla “invasione straniera”, perfetta sintonia con il vasto e diffuso mondo della piccola e piccolissima impresa.
Le promesse di ieri si scontrano con la realtà di oggi, che vede naufragare ogni ipotesi realmente federalista nel neocentralismo di uno stato che impone agli enti locali tagli massacranti e regole soffocanti, che costringe i leghisti a votare in parlamento in modo opposto a come predicano al Nord, che lascia le auto della polizia senza benzina, che mostra il fallimento delle politiche migratorie, che vede centinaia di attività imprenditoriali lottare per una sopravvivenza resa ancora più difficile dalla paralisi imposta da Roma alla capacità degli enti locali di appaltare opere.
La crisi economica ovviamente non aiuta: senza risorse, l’esercito di sindaci leghisti che hanno fatto la forza del movimento si trova senza ossigeno, e in difficoltà a spiegare ai propri elettori tagli brutali ai servizi o aumenti delle tassazioni locali.
Io credo che la lotta di potere in casa Lega abbia anche questa matrice. Di fronte a una realtà che ha ampiamente deluso le aspettative del popolo leghista, c’è un gruppo dirigente che dice: attenzione, la musica è cambiata, e la riproposizione ossessiva delle ricette, degli slogan e dei riti di ieri non basta più. Se nel mio comune devo tagliare il trasporto pubblico o aumentare la tariffa delle mense scolastiche, che mi importa di fare la guerra al Tricolore? Se le imprese chiudono, mi basta forse riempire ampolle delle sacre acque del dio Po? Se la gestione dell’afflusso di profughi dalle guerre africane si risolve in un disastro, è davvero abbastanza intonare il Va pensiero o gridare “Padania libera”? La corrente maroniana in Veneto incarnata da Tosi appare disposta a mettere da parte l’armamentario abituale per perseguire una politica più realista e meno ideologica. E nella guerra di potere per la leadership leghista, gli avversari di questa linea di rinnovamento appaiono spiazzati, finendo arroccati nella difesa intransigente del “purismo” leghista: ecco i regolamenti-bavaglio, ecco le espulsioni attuate o minacciate, ecco il richiamo alla “infallibilità” del Capo, ecco persino il ritorno del feticcio secessionista.
La gestione della partita delicata dell’emergenza profughi è esemplare: il ministro degli interni leghista, Maroni, chiede che i territori se ne facciano carico in un’ottica di diffusione controllata; il governatore l e g h i s t a , Zaia, sposa questa linea, secondo la giusta tesi per cui “i problemi vanno governati”; ma poi scoppia la rivolta di numerosi sindaci e presidenti di provincia leghisti fedeli custodi del grido “a mare gli stranieri”, e lo stesso Zaia è costretto a rinunciare a incarnare quella linea, lasciando la gestione della crisi nelle mani prefettizie.
Governare i problemi o rifugiarsi nelle apparentemente rassicuranti certezze dei vecchi slogan? L’esito di questa battaglia interna al più vecchio partito italiano sarà decisivo anche per chi in Veneto e nel paese aspira a incarnare un’alternativa al centrodestra. Anche solo perché costringerebbe il Pd a rivedere gli schemi interpretativi del fenomeno leghista.
Dovesse vincere la linea di Maroni e Tosi, sarebbe meno facile continuare a etichettare il Carroccio di domani come quello delle origini. Come nei versi finali di quella poesia di Kavafis: «E ora, senza Barbari, che ne sarà di noi? Era una soluzione, quella gente ».

Achille Variati, sindaco di Vicenza

Lo strano silenzio della Chiesa

Settembre 21st, 2011 by marano

IL SOSTEGNO che i vertici della Chiesa continuano a dare a Berlusconi è non solo uno scandalo, ma sta sfiorando l’incomprensibile. Che altro deve fare il capo di governo, perché i custodi del cattolicesimo dicano la nuda parola: “Ora basta”? Qualcosa succede nel loro animo quando leggono le telefonate di un Premier che traffica favori, nomine, affari, con canaglie e strozzini? Non sono sufficienti le accuse di aver prostituito minorenni, di svilire la carica dimenticando la disciplina e l’onore cui la Costituzione obbliga gli uomini di Stato? Non basta il plauso a Dell’Utri, quando questi chiamò eroe un mafioso, Vittorio Mangano? Cosa occorre ancora alla Chiesa, perché si erga e proclami che questa persona, proprio perché imperterrita si millanta cristiana, è pietra di scandalo e arreca danno immenso ai fedeli, e allo Stato democratico unitario che tanti laici cattolici hanno contribuito a costruire?Un tempo si usava la scomunica: neanche molto tempo fa, nel ‘49, fu scomunicato il comunismo (il fascismo no, eppure gli italiani soffrirono il secondo, non il primo). Se Berlusconi non è uomo di buona volontà, e tutto fa supporre che non lo sia, la Chiesa usi il verbo. Ha a suo fianco la lettera di Paolo ai Corinzi: “Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è immorale o avaro o idolatra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme. Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate? Quelli di
fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!”.

Anche l’omissione è complicità. Sta accadendo l’intollerabile dal punto di vista morale, in politica, e i vertici della Chiesa tacciono: dunque consentono. Si può scegliere l’afonia, certo, o il grido inarticolato di disgusto: sono moti umani, ma che bisogno c’è allora di essere papa o vescovo? (avete visto, in Vaticano, Habemus Papam?). Dicono che parole inequivocabili son state dette: “desertificazione valoriale”, “società dei forti e dei furbi”, “cultura della seduzione”. Ma sono analisi: manca la sintesi, e le analisi stesse son fiacche. D’un sol fiato vengono condannati gli eccessi dei magistrati, pareggiando ignominiosamente le condanne. Da troppo tempo questo è, per tanti laici cattolici scandalizzati ma non uditi, incomprensibile. Quasi che il ritardo nella presa di coscienza fosse ormai connaturato nella Chiesa. Quasi che l’espiazione (penso ai mea culpa di Giovanni Paolo II, nobili ma pur sempre tardivi) fosse più pura e santa che semplicemente non fare il male: qui, nell’ora che ci si spalanca davanti.

Un gesto simile a quello di Cristo nel tempio, un no inconfondibile, allontanerebbe Berlusconi dal potere in un attimo. Alcuni veramente prezzolati resterebbero nel clan. Ma la maggior parte non potrebbero mangiare insieme a lui, senza doversi ogni minuto giustificare. Non è necessario che l’espulsione sia resa subito pubblica, anche se lo sapete, uomini di Chiesa: c’è un contagio, del male e del malaffare. Forse basterebbe che un alto prelato vada da Berlusconi, minacci l’arma ultima, la renda nota a tutti. Questa è l’ora della parresia, del parlar chiaro: la raccomanda il Vangelo, nelle ore cruciali.

Sarebbe un’interferenza non promettente per il futuro, lo so. Ma l’interferenza è una prassi non disdegnata in Vaticano, e poi non dimentichiamolo: già l’Italia è governata da podestà stranieri in questa crisi (Mario Monti l’ha scritto sul Corriere: “Le decisioni principali sono prese da un “governo tecnico sopranazionale”), e Berlusconi d’altronde vuole che sia così per non assumersi responsabilità. Resta che gli alleati europei possono poco. E una maggioranza che destituisca Berlusconi ancora non c’è in Parlamento. Lo stesso Napolitano può poco, ma la sua calma è d’aiuto, nel mezzo del fragore di chi teme chissà quali marasmi quando il Premier cadrà. Il marasma postberlusconiano è fantasia cupa e furba, piace a chi Berlusconi ce l’ha ormai nelle vene. Il marasma, quello vero, è Berlusconi che non governa la crisi ma si occupa di come evitare i propri processi: tanti processi, sì, perché di tanti reati è sospettato. L’Italia è un battello ebbro, il capitano è un simulacro. Non ci sono congiure di magistrati, per indebolire la carica. Il trono è già vuoto. Il pubblico ministero, organo dello Stato che rappresenta l’interesse pubblico, deve per legge esercitare l’azione penale, ogni qualvolta abbia notizia di un reato, e in molte indagini Berlusconi è centrale: come corruttore o vittima-complice di ricatti.

Gli italiani non possono permettersi un timoniere così. Se sono economicamente declassati, la colpa è essenzialmente sua. Berlusconi non farà passi indietro, gli oppositori si ridicolizzano implorandolo senza mai cambiare copione. Oppure vuole qualcosa in cambio, e anche questo sarebbe vituperio dell’Italia. Il salvacondotto proposto da Buttiglione oltraggia la Costituzione. Casini lo ha smentito: “Sarebbe tecnicamente e giuridicamente impossibile perché siamo in uno Stato di diritto”.

Perché la Chiesa non dice basta? Si dice “impressionata” dalle cifre dell’evasione fiscale, ma la vecchia domanda di Prodi resta intatta: “Perché, quando vado a messa, questo tema non è mai toccato nelle omelie? Eppure ha una forte carica etica” (Famiglia cristiana, 5-8-07). E come si spiega tanta indulgenza verso Berlusconi, mentre Prodi fu accusato di voler essere cristiano adulto? Pare che sia la paura, ad attanagliare i vertici ecclesiastici: paura di perdere esenzioni fiscali, sovvenzioni. Berlusconi garantisce tutto questo ma da mercante, e mercanti sono quelli che con lui mercanteggiano, di quelli che Cristo cacciò dal tempio rovesciandone i banchi. E siete proprio sicuri di perdere privilegi? Tra gli oppositori vi sono persone a sufficienza, purtroppo, che non ve li toglieranno. Paura di un cristianesimo che in Italia sarebbe saldamente ancorato a destra? Non è vero. Non posso credere che lo spauracchio agitato da Berlusconi (un regime ateo-comunista)abbia ancora presa. Oppure sì? Penso che la Chiesa sia alle prese con la terza e più grande tentazione. Alcuni la chiamano satanica, perché di essa narra il Vangelo, quando enumera le prove cui Cristo fu sottoposto: la prova della ricchezza, del regno sui mondi: “Tutte queste cose ti darò, se prostrandoti mi adorerai”. La Chiesa sa la replica di Gesù.

Il Papa ha detto cose importanti sulla crisi. Che agli uomini vengon date pietre al posto del pane (Ancona, 11 settembre). La soluzione spetta a politici che arginino i mercati con la loro autorevolezza. Non saranno mai autorevoli, se ignorano la quintessenza della decenza umana che è il Decalogo. Ma neanche la Chiesa lo sarà. Diceva Ilario di Poitiers all’imperatore Costanzo, nel IV secolo dC: “Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro”.

Commento di BARBARA SPINELLI da Repubblica del 21/09/2011

Solo il referendum ce la può fare

Settembre 11th, 2011 by marano

Quando, nel 2005 fu approvata la legge Calderoli, a tutti nota come legge “porcellum”, eravamo in campagna elettorale per rinnovare parlamento e governo. Comprendemmo subito che era stata pensata per impedire la nostra vittoria. Era stata fatta “contro” una parte politica e approvata a colpi di maggioranza.
Chi ne volesse oggi fare un bilancio vero, sarebbe costretto ad ammettere che ha colpito soprattutto il paese e le sue istituzioni. Tutto il paese. Le ha ferite nell’autorevolezza e nella legittimità agli occhi dei cittadini che non si sentono rappresentati da un parlamento di nominati. Le donne e gli uomini del nostro paese hanno diritto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento, hanno diritto a una relazione vera e diretta con chi rappresenta gli interessi del territorio in cui vivono e operano.
Nei giorni scorsi, quando ho sottoscritto a Bologna i quesiti referendari per l’abrogazione della legge elettorale vigente e per il ripristino di quella precedente, a sua volta preceduta da un referendum che con un consenso di oltre l’82% dei voti e un’affluenza del 77% aveva portato all’abrogazione della normativa elettorale proporzionale, ho detto che è tempo di restituire ai cittadini italiani il diritto di scegliere i propri rappresentanti in parlamento. Proprio con il tempo siamo costretti oggi a fare i conti. Le notizie che mi raggiungono in Cina, dove mi trovo per gli annuali impegni accademici, fanno sperare che l’obiettivo delle 500mila firme da consegnare alla Cassazione a fine settembre, sia ormai a portata di mano.
La risposta che arriva dalle italiane e dagli italiani che si affollano ai banchetti per la raccolta delle firme non lascia dubbi al riguardo: non è pensabile che si possa tornare alle urne con la peggiore legge elettorale della storia della nostra repubblica.
Con la mia firma sento di avere interpretato il sentimento di tanti concittadini: di fronte ad una crisi economica e sociale così grave come quella che scuote il mondo, l’Europa e l’Italia, il parlamento e i parlamentari non sembrano disporre agli occhi dei cittadini della piena legittimità e del rispetto che mai come oggi sarebbero necessari. Anche per questo ho detto di avere firmato per dovere civico.
Occorre restituire stabilità e forza alla nostra democrazia e alle nostre istituzioni. Occorre mettere mano alla rinascita dell’Italia a partire dalle sue istituzioni che devono ritrovare, anche agli occhi dei cittadini, forza e legittimazione.
La legge Calderoli va cancellata. La via parlamentare per dare all’Italia una buona legge elettorale è la scelta migliore. Ma questa via, per ora, non la vedo percorribile. Se per farlo occorre dunque un referendum, ben venga il referendum. Riuscire a raccogliere le firme che ancora mancano a raggiungere l’obiettivo è ora possibile. Dobbiamo farcela.

Romano Prodi

NON STUDIATE !

Settembre 5th, 2011 by marano

CARI RAGAZZI, cari giovani: non studiate! Soprattutto, non nella scuola pubblica. Ve lo dice uno che ha sempre studiato e studia da sempre. Che senza studiare non saprebbe che fare. Che a scuola si sente a casa propria. Ascoltatemi: non studiate. Non nella scuola pubblica, comunque. Non vi garantisce un lavoro, né un reddito. Allunga la vostra precarietà. La vostra dipendenza dalla famiglia. Non vi garantisce prestigio sociale. Vi pare che i vostri maestri e i vostri professori ne abbiano? Meritano il vostro rispetto, la vostra deferenza? I vostri genitori li considerano “classe dirigente”? Difficile.

Qualsiasi libero professionista, commerciante, artigiano, non dico imprenditore, guadagna più di loro. E poi vi pare che godano di considerazione sociale? I ministri li definiscono fannulloni. Il governo una categoria da “tagliare”. Ed effettivamente “tagliata”, dal punto di vista degli organici, degli stipendi, dei fondi per l’attività ordinaria e per la ricerca.

E, poi, che cosa hanno da insegnare ancora? Oggi la “cultura” passa tutta attraverso Internet e i New media. A proposito dei quali, voi, ragazzi, ne sapete molto più di loro. Perché voi siete, in larga parte e in larga misura, “nativi digitali”, mentre loro (noi), gli insegnanti, i professori, di “digitali”, spesso, hanno solo le impronte. E poi quanti di voi e dei vostri genitori ne accettano i giudizi? Quanti di voi e dei vostri genitori, quando si tratta di giudizi - e di voti - negativi, non li considerano pre-giudizi, viziati da malanimo?

Per cui, cari ragazzi, non studiate! Non andate a scuola. In quella pubblica almeno. Non avete nulla da imparare e neppure da ottenere. Per il titolo di studio, basta poco. Un istituto privato che vi faccia ottenere in poco tempo e con poco sforzo, un diploma, perfino una laurea. Restandovene tranquillamente a casa vostra. Tanto non vi servirà a molto. Per fare il precario, la velina o il tronista non sono richiesti titoli di studio. Per avere una retribuzione alta e magari una pensione sicura a 25 anni: basta andare in Parlamento o in Regione. Basta essere figli o parenti di un parlamentare o di un uomo politico. Uno di quelli che sparano sulla scuola, sulla cultura e sullo Stato. Sul Pubblico. Sui privilegi della Casta. (Cioè: degli altri). L’Istruzione, la Cultura, a questo fine, non servono.

Non studiate, ragazzi. Non andate a scuola. Tanto meno in quella pubblica. Anni buttati. Non vi serviranno neppure a maturare anzianità di servizio, in vista della pensione. Che, d’altronde, non riuscirete mai ad avere. Perché la vostra generazione è destinata a un presente lavorativo incerto e a un futuro certamente senza pensione. Gli anni passati a studiare all’università. Scordateveli. Non riuscirete a utilizzarli per la vostra anzianità. Il governo li considera, comunque, “inutili”. Tanto più come incentivo. A studiare.

Per cui, cari ragazzi, non studiate. Se necessario, fingete, visto che, comunque, è meglio studiare che andare a lavorare, quando il lavoro non c’è. E se c’è, è intermittente, temporaneo. Precario. Ma, se potete, guardate i maestri e i professori con indulgenza. Sono una categoria residua (e “protetta”). Una specie in via d’estinzione, mal sopportata. Sopravvissuta a un’era ormai passata. Quando la scuola e la cultura servivano. Erano fattori di prestigio.

Oggi non è più così. I Professori: verranno aboliti per legge, insieme alla Scuola. D’altronde, studiare non serve. E la cultura vi creerà più guai che vantaggi. Perché la cultura rende liberi, critici e consapevoli. Ma oggi non conviene. Si tratta di vizi insopportabili. Cari ragazzi, ascoltatemi: meglio furbi che colti!

Ilvo Diamati (da repubblica del 01/09/11)