Nuovo Cinema Paradiso
A Roma c’è un uomo che da 60 anni la notte non dorme, ma lavora, scrive, prega. Un uomo che rappresenta il potere da oltre 40 anni, sette volte Capo del Governo, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, due volte Ministro delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta del Tesoro, dell’Interno e delle Politiche Comunitarie. Un uomo che è il principale ‘enigma’ italiano dal dopoguerra ad oggi, un vero Divo della politica di questo paese, Giulio Andreotti. Portando sullo schermo solo una parte della vita del Senatore a vita, dalla fine del suo settimo governo, aprile 1992, alla vigilia del processo di Palermo, dove fu rinviato a giudizio per associazione mafiosa, con in mezzo la mancata conquista del Quirinale, la strage di Falcone, il rapimento e l’uccisione di Moro e la lunga malattia, Paolo Sorrentino ci regala un capolavoro che meritava la Palma d’Oro.
La Classe - Entre les Murs di Laurent Cantet
François Bégaudeau è insegnante di francese in una scuola media superiore parigina. Facciamo la sua conoscenza mentre si incontra con i colleghi (vecchi e nuovi arrivati) ad inizio anno scolastico. Da quel momento rimarremo sempre all’interno delle mura scolastiche seguendo il suo rapporto con una classe. Il suo metodo d’insegnamento, che si rivolge a un gruppo eterogeneo di ragazzi e ragazze, mira ad offrire loro la migliore educazione possibile in una realtà cui i giovani non hanno un comportamento sempre inappuntabile e possono spingere anche il migliore dei docenti ad arrendersi a un quieto vivere che non richieda confronti e magari scontri con gli allievi. Non tutti infatti apprezzano la sua franchezza e il professor Bégaudeau si troverà dinanzi a un caso che lo metterà in una posizione difficile. Laurent Cantet torna ad un argomento che ci riguarda, più o meno direttamente, tutti: la scuola. Grazie all’esperienza, tradotta in una sorta di diario di viaggio attraverso un anno scolastico, dell’insegnante François Bégaudeau il regista ci aiuta a riflettere su quanto l’equilibrio di una realtà classe (anche non border line)oggi possa rivelarsi estremamente precario. Dopo un complesso training con i giovani attori presi questa volta non ‘dalla strada’ ma ‘dalla scuola’ e scegliendosi come protagonista il Bégaudeau reale, Cantet affronta con piglio da documentarista una realtà che studenti e docenti vivono in modo analogo non solo a Parigi o in Francia. Senza enfasi né retorica il docente e il regista ci mostrano quanto il ruolo di insegnante così come quello di studente siano oggi sempre più complessi e, in qualche misura, da provare a ricostruire dalle fondamenta. Potrà anche sembrare un po’ lento e dilatato il narrare di Cantet in questa occasione ma, per chi ha tempo per ascoltare e in particolare se genitore, il suo è un film prezioso.
Il papà di Giovanna di Pupi Avati
Bologna 1938 - Michele Casali insegna arte al liceo Galvani, istituto frequentato anche da sua figlia Giovanna, adolescente fragile con evidenti problemi nello stabilire dei rapporti interpersonali. Improvvisamente, l’esistenza di Michele viene sconvolta: Giovanna uccide per gelosia la sua compagna di banco ed unica amica. La ragazza viene ritenuta mentalmente instabile ed evita il carcere, ma viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico a Reggio Emilia, dove rimarrà fino alla fine della seconda guerra mondiale. Durante questo periodo di quasi totale isolamento, l’unica persona che si occupa di lei è il padre, che si trasferisce appositamente a Reggio.
Una Scomoda Verità di Davis Guggenhein
Al Gore, ex futuro presidente degli Stati Uniti, come ama definirsi, torna sulla scena a sei anni dalla clamorosa sconfitta elettorale del 2000 per parlare di gas serra e riscaldamento terrestre. Argomenti destinati a divenire tragicamente ordinari ma che per anni sono stati negati da governi, scienziati e giornalisti. Dopo l’omonimo libro, l’ex braccio destro di Bill Clinton si propone come uomo immagine di questo documentario che è principalmente una summa delle conferenze da lui tenute in giro per il mondo. Grafìci, animazioni e istantanee provenienti dall’intero pianeta corredano le sue parole, volte a dimostrare quale sia il pericolo di distruzione imminente che ci minaccia e di cui siamo i principali responsabili. Un pericolo che si è già palesato, ad esempio con l’uragano Katrina, ma anche con le inondazioni sempre più frequenti, lo scioglimento dei ghiacciai e le ampie aree a rischio di desertificazione. A partire dalla metà del secolo scorso la popolazione si è triplicata e le emissioni di anidride carbonica sono aumentate esponenzialmente, dando luogo a un inspessimento dell’atmosfera che trattiene i raggi solari causa del riscaldamento terrestre. Al Gore si fa portavoce di tesi ormai accreditate e porta in luce lo scioglimento progressivo dei due poli quale cartina tornasole di quanto stia avvenendo e le cui conseguenze sono facilmente prevedibili. Da qui a pochi anni le coste dell’India, dell’Africa, dell’America stessa potrebbero in parte venire sommerse dalle acque con un impatto non solo ambientale ma anche sociale ed economico devastante.
Notte prima degli Esami di Fausto Brizzi
Giugno 1989. Gli esami di maturità. Avere vissuto in quegli anni è come viverli adesso, solo, vent’anni dopo. Le emozioni adolescenziali sono intense, la musica del tempo resterà la tua musica, le ragazze che rappresentano i primi amori vivranno nella leggenda, i disastri e le imprese acerbe si insinueranno nelle storie che si racconteranno da adulti. È un imprinting, un segno indelebile, marchio di fabbrica nella personalità di ciascuno che rivivrà ogni qualvolta viene toccato, anche con la punta di uno spillo. Fausto Brizzi, regista e co-autore di Notte prima degli esami sapeva di realizzare un film dedicato agli adolescenti e inconsciamente di pensare a chi adolescente è stato due decenni prima. E così Luca che si innamora di Claudia e insulta il professore Martinelli (Giorgio Faletti) senza sapere che sarà in commissione d’esame, e Massi che va con la sorella della fidanzata Simona, e Alice che è perennemente innamorata di Luca senza mai confessarglielo, o ancora Riccardo, bello e impossibile come i dreamers di Bertolucci, rappresentano ciò che ciascuno ha vissuto ai tempi dell’adolescenza, con le amicizie, le gioie e i dolori che contraddistinguevano quei periodi. I loro “ultimi giorni” prima di quell’esame che li farà entrare definitivamente nella dura vita, sono le preoccupazioni e le medesime sofferenze di chi oggi si trova ad affrontare quell’evento che appare un muro invalicabile. Cambiano solo le musiche, i punti di riferimento, le mode del vestire, le vie di comunicazione. Notte prima degli esami racconta gli adolescenti di ieri per i trentacinquenni di oggi, non trascurando chi ha diciotto anni e che probabilmente vive da vicino le emozioni dei protagonisti. Perché il tempo corre ma le emozioni non passano. La strada è la stessa, ed è circolare, in un continuo e infinito ripetersi, stampato nel presente e proiettato nel passato. Cosa resterà di questi anni 2000? Un sorriso con gli occhi persi nei ricordi.
La Guerra di Charlei Wilson di Mike Nichols
La storia vera di Charlie Wilson, il deputato americano che negli anni ‘80 ha finanziato l’invio di armi ai mujahidin, per respingere l’invasione sovietica dell’Aghanistan. Amante di donne, alcol e cocaina, Wilson riuscì attraverso un’improbabile alleanza tra il Mossad israeliano, l’Egitto e il Pakistan a far avere alla resistenza afgana ciò di cui aveva più bisogno: armi e bazooka per abbattere gli elicotteri russi. Hollywoodin questo caso mette dunque in luce gli aspetti più sconclusionati della politica, esibendo una sfiducia nelle istituzioni dal sapore di campagna elettorale, comunque efficace nel dissacrare quei monumenti intoccabili dell’autorità trattati spesso con reverenza (la CIA, il Congresso). Il personaggio lo consentiva e Tom Hanks, seppur inadatto al ruolo del deputato dai facili costumi, si cala nella parte con intensità burlesca, anche grazie alla compagnia di Julia Roberts e dell’ottimo Philip Seymour Hofmann. La leggerezza che distingue il film avrebbe potuto, tuttavia, esser ben più incisiva, perché Nichols rende sì grottesca la situazione ma senza graffiare veramente. Ne è la prova il fatto che la regia, pienamente a suo agio nelle situazioni comiche, è invece ridondante in quelle meramente politiche. Nichols ha la preoccupazione che lo spettatore non capisca da solo certe evidenze, mentre pare curiosamente disinteressato ad altri aspetti della storia. Finisce infatti per smussare la carica satirica impantanandosi in un’elegia umanitaria un po’ fuori tono, per poi trattare sbrigativamente il punto essenziale che quegli stessi mujahidin si sono ritorti contro l’America stessa. Il che dà l’impressione del compitino ben fatto, parodia cattivella ma non troppo, divertente e ben ritmata, che merita attenzione più per il film che avrebbe potuto essere, spingendo più a fondo la satira, che per quello che è.
Erin Brockovich - Forte come la Verità di Steven Soderbergh
Ein Brockovich ha tre figli avuti da due diversi mariti. È una donna ancora giovane e appariscente, ma è disoccupata e non sa come dar da mangiare ai propri figli. Ha anche, e questo conta, un profondo senso della giustizia. Riesce a imporsi come aiutante in uno studio legale e, seguendo una pratica immobiliare, a scoprire che uno stabilimento del colosso industriale Pacific Gas & Electric ha immesso nelle acque di una cittadina cromo esavalente altamente cancerogeno. Procurandosi a poco a poco la stima del proprio datore di lavoro e la fiducia degli abitanti riesce a far loro ottenere un risarcimento che sembrava impossibile ma, soprattutto, rende loro giustizia. Non è il solito film “eroico” tratto da una storia vera. Erin non ha nessuna delle caratteristiche dell’eroina. Erin è volgare (e fa di tutto per non nasconderlo) e può sembrare troppo “disponibile”. Ma è solo la facciata, un modo per trovare autostima. È invece una donna profondamente onesta, che ha sofferto e soffre e non sopporta di veder soffrire gli altri. Julia Roberts riesce a offrire al personaggio il giusto equilibrio, coadiuvata da un Albert Finney più che mai in parte. Il film non cede mai alla retorica tanto che, caso più unico che raro, non mostra la seduta processuale in cui il giudice dà la vittoria alla gente. Insomma, un film che sta nel solco della tradizione, ma sa discostarsene quel tanto che basta.
Milion Dollar Baby di Clint Eastwood
Clint Eastwood è il caso più singolare dell’intera storia del cinema. Un westerner segaligno e laconico, un prodotto della televisione di mezzo secolo fa è oggi il regista americano più ammirevole. “Million Dollar Baby”, un titolo che poteva suscitare qualche timore, è una delle prove più convincenti di questo californiano pacato e lungimirante. Ispirato ai racconti dello scomparso F.X.Toole, il film mostra la trentenne Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) irrompere nella vita dell’anziano manager di pugilato Frankie Dunn (Clint Eastwood), un uomo senza illusioni, ma privo di rancori. L’energia vitale della donna riesce a contagiare il riluttante Frankie, visto che la giovane vuole ad ogni costo diventare campionessa di pugilato. Non più tanto giovane per quello sport violento, Maggie ha una spinta interiore capace di travolgere ogni resistenza. Frankie vede in lei, pur senza ammetterlo, la figlia che non vede ormai da troppi anni. Inizia così il loro sodalizio, che comprende la totale dedizione della donna per quell’uomo che sembra essere l’ultimo legame tra lei ed il resto dell’umanità. Anche il vecchio ex-pugile Scrap (Morgan Freeman), che è diviso tra amicizia e risentimento per Frankie, si unisce al progetto di trasformare la ragazza in un pugile di qualità, in un lasso di tempo proibitivo. L’alchimia che unisce i tre darà risultati insperati. Maggie combatterà con onore, fino alla svolta tragica che consente a ciascuno di dare il meglio di se. Tutto apparentemente molto semplice. Ma il regista Eastwood ci parla di sentimenti, di coraggio e di paura con un pudore, una grazia e quella pacatezza registica che è di fatto uno stile consolidato. La spietatezza di William Munny, il malinconico cow boy de “Gli spietati”, è stata rimossa, Frankie Dunn riflette sul suo passato con amarezza, con ironia, con l’amore paterno per questa giovane creatura. Ed a questi temi si aggiunge quello forse più inquietante, che riguarda l’eutanasia e che Eastwood affronta con consapevole fermezza. L’ortodossia della religione viene sfidata senza spocchia, mostrando quanto siano differenti in ogni essere umano i temi della vita e le scelta che da esse derivano. Ed il pugilato, con sequenze magistrali, non è il tema centrale, quanto lo sono quelli riguardanti la crudelta dell’esistenza, la generosità e l’amore ritrovato. E non solo. Clint Eastwood attore, Hilary Swank e Morgan Freeman, fondono mirabilmente i loro stili di recitazione commuovendoci senza colpire basso, con quella partecipazione che ogni attore e regista italiano dovrebbe iniziare a considerare indispensabile per chi fa quel mestiere.
Schindler’s List di Steven Spilberg
L’industriale tedesco Oskar Schindler, in affari coi nazisti, usa gli ebrei dapprima come forza-lavoro a buon mercato, un’occasione per arricchirsi. Gradatamente, pur continuando a sfruttare i suoi intrallazzi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas. È il film più ambizioso di S. Spielberg e il migliore: prodigo di emozioni forti, coinvolgente, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. La partenza finale di Schindler è l’unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale. L. Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio. L’inglese R. Fiennes interpreta il paranoico comandante del campo Plaszow come l’avrebbe fatto Marlon Brando 40 anni fa. Memorabile B. Kingsley nella parte dell’ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po’ eminenza grigia di Schindler. 7 Oscar: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possono diventare creativi.
Il Talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella
Anni ‘50. Negli Stati Uniti, ad un ricevimento, il giovane Tom Ripley conosce il padre di Dickie, un coetaneo ricco e viziato partito per l’Italia senza dare più notizie di sé. Il padre incarica Tom di recarsi sul posto e di fare di tutto per riportargli il figlio. In Italia Tom conosce Dickie, la sua fidanzata Margie e il loro spensierato modo di vivere tra Ischia, Capri, il mare, le gite. Ben presto Tom dimentica lo scopo del suo viaggio, entra a poco a poco nella vita di Dickie, ne diventa il compagno inseparabile, lo segue nei locali notturni, nelle gite a Napoli e Roma. Ma un giorno, a Sanremo, Dickie si stanca di Tom, non lo vuole più vedere, gli grida di andarsene. E allora, sulla barca, Tom lo colpisce, lo uccide, ne prende i soldi e l’identità. In questa nuova veste, Tom/Dickie torna al paese, poi decide di trasferirsi a Roma, dove prende in affitto un grande appartamento. Qui arriva Freddie, vecchio amico di Dickie, che subito si rende conto che Tom nasconde qualcosa per cui a Tom non resta altro da fare che eliminarlo. Incalzato dalle indagini condotte dall’ispettore Roverini, Tom parte per Venezia. Qui arrivano anche il padre di Dickie, e Marge. Il genitore legge una lettera in cui Dickie diceva di volersi suicidare e dice a Tom che lui non ha alcuna colpa per quello che è successo. Non è altrettanto convinta Marge, che però non viene ascoltata. Tom si imbarca su una nave per la Grecia.
I primi trent’anni (un po’ meno: 10 909 giorni) nella vita incolore di Truman Burbank (J. Carrey) sono stati lisci come l’olio nella tranquilla e agiata comunità suburbana di Seahaven. Un giorno, però (con ritardo rispetto agli spettatori), scopre che questo quadro idilliaco è una gigantesca messinscena, una soap opera allestita in uno studio televisivo grande come un’intera regione di cui è l’unica persona vera filmata da telecamere invisibili. Tutti gli altri sono attori, guidati dal produttore-demiurgo Christof (E. Harris). La sceneggiatura magistrale del giovane neozelandese Andrew Niccol abbina gli ingredienti di F. Capra e P. Sturges con le invenzioni più angosciose di Orwell, Sheckley, Dick, secondata dalla regia invisibile dell’australiano P. Weir che fa “convivere l’originalità delle idee e l’obbligo di tradurle in un linguaggio accessibile a tutti” (Paolo Cherchi Usai). L’incubo più ironico del cinema di fine secolo è un’altra espressione della Grande Paura Paranoica degli USA: è la realizzazione del Panopticon, il dispositivo carcerario ideato dal filosofo inglese Jeremy Bentham alla fine del Settecento: chi vi soggiorna può essere osservato, ma non può osservare. Paradossalmente si potrebbero indicare due punti deboli: J. Carrey e P. Weir. Il primo s’impegna a fondo, ma non riesce a sostenere la complessa natura tragicomica del personaggio e del film. Cineasta eclettico senza una precisa identità di autore, sagace nella rappresentazione dell’incertezza, dunque del fantastico, “è un buon regista di racconto, non di metaracconto” (Franco La Polla). Definito il più costoso (80 milioni di dollari) e popolare film d’autore mai realizzato a Hollywood. 3 nomination, nemmeno un Oscar.
La Ricerca della Felicità di Gabriele Muccino
Chris Gardner è un brillante venditore senza fortuna nella San Francisco degli anni ‘80. Padre affettuoso di Christopher, un vivace bambino di cinque anni, e marito di una scontrosa compagna, Chris fatica a sbarcare il lunario. La moglie, incapace di reggere la crisi, abbandona marito e figlio per cercare fortuna a New York. Rimasto solo Chris cerca tenacemente e ottiene un posto da stagista non retribuito presso una società di consulenza finanziaria. Senza stipendio, sfrattato dall’appartamento e poi dalla stanza di un infimo motel, Chris e il suo bambino cercheranno di sopravvivere dormendo nei ricoveri per i senza tetto o nei bagni pubblici della metropolitana. Indossando sempre il suo abito migliore e l’orgoglio di chi non vuole mollare, Chris troverà una porzione di felicità. Gabriele Muccino ricomincia dall’America, lasciando a casa il suo cinema d’interni, di famiglie borghesi in crisi e di dialoghi urlati, accelerati e quasi sempre travolti dalla musica. A restare sono invece i sentimenti, calati questa volta nella realtà americana e rinnovati da quella stessa realtà. Dietro l’energia della messa in scena e il ritmo del racconto non ci sono corna, separazioni o crisi adolescenziali, non ci sono nemmeno yuppie meschini che riscoprono la spontaneità attraverso la fuga. C’è piuttosto un padre che resta e decide di sognare per sé e suo figlio, realizzando l’ambizione di desiderare un po’ della felicità del titolo. La sceneggiatura solida procede per accumulo di disgrazie, sfiancando lo spettatore fino all’happy end “in discesa”, che risolve la vita dei protagonisti e muove alla commozione. Muccino realizza un film intelligente e finalmente emancipato dal manierismo sociologico della sua filmografia. Merito da condividere col divo Will Smith, che doppia il semidivo Accorsi, in una performance straordinariamente drammatica che riduce e modera la sua maschera comica. L’altra metà del cielo riconferma (ahimè) il modello femminile di Muccino, ancora una volta isterico, risentito e mai solidale dentro un quotidiano che diventa materia del dramma. Ispirato dalla storia vera di Chris Gardner, Muccino sogna in italiano il sogno (materialista) americano.
La Giusta Distanza di Carlo Mazzacurati
Quando nel paesino di Concadalbero, alle foci del Po, arriva la nuova maestra elementare, la bella e cittadina Mara, la nebbia sembra diradarsi e gli occhi degli uomini tornano a guardare. È così per Giovanni, diciottenne al primo incarico di inviato per “Il Resto del Carlino” e per Hassan, meccanico tunisino stimato e rispettato, in una parola “integrato”. Sotto lo sguardo curioso del più giovane, nasce la storia d’amore tra i due adulti, dapprima sotto il segno dell’inquietudine (Hassan spia la ragazza al buio della sera), poi della passione, infine della tragedia. Solo trasgredendo alla regola della “giusta distanza” raccomandatagli dal direttore del giornale, che lo vorrebbe né indifferente né troppo coinvolto, Giovanni riuscirà a riportare la giustizia nel paese (l’Italia) dei giudizi scontati. Allo stesso modo, solo abbandonando la giusta distanza che gli imponevano i soggetti degli ultimi film e tornando nei luoghi dove si era manifestata vent’anni fa l’urgenza del cinema, Mazzacurati si libera dei pesanti precedenti e spicca finalmente un nuovo volo.
La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana
Gli ultimi 40 anni della Storia italiana sono raccontati attraverso le vicende di una famiglia. Il protagonista principale è Nicola (da cui parte il racconto) il quale, durante l’alluvione a Firenze del ’66, incontra e si innamora di una donna e la segue per vivere nella città di lei, Torino. E’ la Torino degli anni ’70, sullo sfondo del terrorismo, dei problemi operai e dell’immigrazione dal Sud. Questo è l’incipit che prosegue fino ai giorni nostri per chiedersi e chiederci che cosa sia cambiato da allora e cosa sia rimasto uguale. Un film per il quale era previsto solo il passaggio in televisione presente invece a Cannes nella sezione ““Un certain regard”. Un’opera storica raccontata in 6 ore, ma non solo: un affresco che descrive l’evoluzione dei costumi, dei rapporti familiari e le trasformazioni sociali, con qualche riflessione pungente sulla politica del nostro Paese. Dopo tanta televisione che si spaccia per cinema troviamo un film che puo anche passare in televisione ma che soprattutto consente al pubblico di rivisitare passioni, lotte, errori e speranze di una generazione e di quella che e’ venuta dopo.
Il Padrino trilogia di Francis Ford Coppola
Quando nel 1945 Don Vito Corleone (Marlon Brando), capo di un clan mafioso italo-americano, subisce un attentato da parte dei Sollozzo, famiglia rivale, il figlio Michael (Al Pacino), un eroe di guerra che non si era mai interessato agli affari di famiglia, affianca suo malgrado i fratelli Sonny e Fredo. Diventerà ben presto il capo del clan e sarà lui stesso a organizzare la ritorsione nei confronti dei rivali portando violenza e drammi all’interno della famiglia. “Mai dire a una persona estranea alla famiglia quello che c’hai nella testa”. Sembra una banalità, eppure questa frase si rende rappresentativa di una cultura, e nello specifico di una regione dell’Italia: la Sicilia. La famiglia è in effetti una realtà importante alla quale si è indissolubilmente legati e per la quale si farebbe di tutto pur di mantenerla nel totale benessere. Mario Puzo, negli anni Settanta, col suo romanzo best seller, Il Padrino, attirò a se l’attenzione del regista Francis Ford Coppola, seguito a ruota dalla Paramount che ne produsse un film a Hollywood. L’anno è il 1972. Alla sua uscita il film si preparò a segnare un’epoca. Hollywood produsse negli anni a venire centinaia di cloni che ne riprendevano atmosfere e tematiche, cambiando per sempre la storia del cinema. Marlon Brando vinse l’Oscar come miglior attore ma lo rifiutò, in segno di protesta contro le ingiustizie verso le minoranze etniche; il film inoltre vinse altre due statuette, quale “Miglior film” e “Migliore sceneggiatura non originale”, a fronte di dieci nomination. In breve divenne un cult, superando le stesse quotazioni del romanzo da cui era tratto, letto e apprezzato non solo in America e in Italia, ma anche in Germania, Francia e Inghilterra. Tale merito fu senza dubbio del cast, stellare e ai tempi in rapida ascesa: l’eccelso Robert Duvall prestava il volto all’avvocato Tom Hagen; Al Pacino, ancora giovane, faceva a cazzotti nell’allora sconosciuto ambiente cinematografico mentre Marlon Brando – rifiutato da Coppola nel primo provino, tornò con del cotone in bocca e del lucido da scarpe sui capelli per accentuare la sua performance – era forse l’unico a garantire un certo richiamo per il pubblico.
Forrest Gump di Robert Zemeckis
Seduto sulla panchina ad un bus-stop di Savannah, Forrest Gump ricorda la sua infanzia di bimbo con problemi mentali e fisici. Solo la mamma lo accetta per quello che è, e solo la piccola Jenny Curran lo fa sedere accanto a sé sull’autobus della scuola. Sarà lei a incitarlo, per fuggire a tre compagnetti violenti, a correre, liberando così le gambe dalla protesi. Attraverso trent’anni di storia americana vista con gli occhi della semplicità e dell’innocenza, Forrest diventa un campione universitario di football, mentre è sempre più innamorato di Jenny che però lo considera un fratello. Assiste ai disordini razziali in Alabama ed incontra Kennedy poco prima dell’assassinio. Si arruola quindi nell’esercito, dove fa amicizia con il nero Bubba, un pescatore di gamberi che gli comunica la sua passione. Dopo un fugace incontro con Jenny che canta a Memphis, Gump va a combattere in Vietnam. Qui Bubba muore e lui salva diversi compagni, compreso il suo comandante, Dan Taylor. Tornato in patria, apprende l’arte del ping-pong, viene decorato da Johnson ed incontra ad una manifestazione pacifista Jenny che sparisce di nuovo. Scopertosi campione di ping-pong, partecipa alla storica tournée in Cina, e incontra Nixon poco prima del Watergate. Comprato una barca, si dà alla pesca di gamberi con Taylor, e fa fortuna. Dopo la morte della madre, ormai miliardario, viene raggiunto da Jenny, che rifiuta di sposarlo ma ha un rapporto sessuale con lui per sparire di nuovo. Disperato Forrest corre a piedi per l’America per tre anni, raccogliendo anche seguaci. Poi Jenny lo chiama da Savannah, dove lo informa di avere un figlio, Forrest junior. Tornati in Alabama, i due si sposano, ma Jenny, malata di AIDS muore assistita amorosamente dal marito, che si dedicherà al figlio.
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio
Il 16 marzo 1978 Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, venne sequestrato - dopo l’eliminazione della scorta - dal gruppo armato delle Brigate Rosse. Il suo cadavere fu ritrovato il 9 maggio 1978, all’interno del bagagliaio di una Renault rossa, in una strada situata tra la sede della Dc e quella del Partito Comunista. A codesto episodio, tra i più tragici e traumatici nella storia politica dell’Italia repubblicana, sono già stati dedicati due film - “Il caso Moro”, diretto nel 1986 da Giuseppe Ferrara, ed il recente “Piazza delle Cinque Lune” di Renzo Martinelli - e molti libri: ad uno di essi, “Il prigioniero”, scritto assieme a Paola Tavella da Anna Laura Braghetti, custode del recluso e della casa di via Caetani, si è liberamente ispirato Marco Bellocchio per “Buongiorno, notte” (il titolo è tratto da un verso di Emily Dickinson). Il regista piacentino ha scelto di analizzare il rapporto fra il segregato ed i suoi carcerieri attraverso il punto di vista di Chiara, giovane terrorista preposta alla sorveglianza del prigioniero: la sua vita, divisa tra l’impiego in biblioteca e la gestione della casa - fare la spesa, cucinare, occuparsi dei propri compagni - da una parte, i rituali del “processo” intentato a Moro e l’attesa messianica di una sollevazione delle masse dall’altro, percorre i sentieri d’una dissociazione appena latente che ogni tanto s’appalesa in manifestazioni d’ira (con un collega) o di commozione (le lacrime nell’ascoltare la missiva di Moro al papa). Mentre i telegiornali scandiscono il succedersi degli eventi esterni, dalla pena di morte sollecitata a caldo da alcuni politici all’alta invocazione di Paolo VI, la vicenda procede verso il suo tragico esito: Moro va verso la propria fine, non prima che l’immaginazione ci abbia mostrato - nella pagina più bella del film - un esito diverso, egli che va via libero, camminando a passo sostenuto e quasi gioioso per le vie della città. Ispirato, a tratti commovente, “Buongiorno, notte” trova in Maya Sansa una protagonista duttile e dotatissima; Roberto Herltizka è indimenticabile nel rendere il dolente itinerario cristologico del proprio personaggio.












